Il problema delle fake news e dell’impatto dirompente che stanno assumendo
all’interno delle democrazie occidentali non è sfuggito all’Unione Europea,
arrivando ad approvare un Codice sulla disinformazione.
A livello europeo, la libertà di espressione è tutelata dall’art.11 della Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Anche nell’ambito della regolamentazione della disinformazione online l’azione
delle istituzioni europee deve rispettare tale diritto, cercando di conciliare la
libertà di espressione e tutela da contenuti falsi o lesivi.
Il Codice europeo di buone pratiche sulla disinformazione (Code of Practice on Disinformation)
era stato originariamente introdotto nel 2018 e rafforzato nel 2022,
è stato il primo strumento europeo su base volontaria, a concordare norme
di autoregolamentazione per contrastare la diffusione online di fake news.
È stato promosso dalla Commissione Europea e firmato da grandi piattaforme digitali come
Facebook, Google, Twitter (ora X), Morzilla e successivamente TikTok (nel giugno 2020).
Il Codice introdotto nel 2018 stabiliva 21 impegni in diversi settori, dalla
trasparenza nella pubblicità politica (tramite un sistema di etichettatura)
alla demonetizzazione dei promotori di disinformazione.
Nel 2020 la Commissione ha pubblicato la sua valutazione del Codice,
dalla quale è emerso che il codice ha fornito un valido quadro per un
dialogo strutturato tra le piattaforme online e ha garantito una maggiore
trasparenza e responsabilità delle loro politiche in materia di disinformazione.
Ha inoltre portato ad azioni concrete e a cambiamenti politici da parte dei
portatori di interessi pertinenti per contribuire a contrastare la disinformazione.
Successivamente, nel maggio 2021 la Commissione ha pubblicato una guida sul
rafforzamento del codice, indicando in che modo le carenze dovrebbero essere affrontate dai firmatari.
Alla luce di ciò, il 16 giugno 2022, i firmatari hanno pubblicato un Codice di buone pratiche rafforzato.
Il Codice del 2022 nasce per superare questi limiti, introducendo degli impegni più chiari
e collegamenti con il Digital Services Act (DSA), rendendo obbligatorie molte misure
per le grandi piattaforme.
Stabiliva la piena libertà per ogni firmatario di ritirare la propria adesione al Codice
o ad ogni suo specifico impegno, mediante notifica alla Commissione e agli altri firmatari.
Con questo nuovo Codice si auspicava di disincentivare la creazione di disinformazione,
impedendo la monetizzazione e promuovendo la “corretta” informazione mediante fact-checkers,
per rendere l’utente consapevole delle informazioni targhettizzate.
Nel luglio del 2025 il codice di buone pratiche volontario sulla disinformazione
è stato ufficialmente integrato nel Digital Services Act (DSA), trasformando il codice
da un insieme di impegni volontari a un parametro di riferimento per valutare la conformità
delle piattaforme digitali alle normative dell’UE in materia di disinformazione.
Tra i firmatari del codice possiamo osservare le piattaforme molto grandi “VLOPs” e motori
di ricerca online di dimensioni molto grandi “VLOSEs” (Facebook, Instagram, Linkedin,
Bing, Tiktok, Youtube e Google Search), i quali hanno presentato i documenti necessari a sostegno
di una loro richiesta di conversione in un codice di condotta ai sensi della legge sui servizi digitali.
Il codice è diventato così un parametro di riferimento pertinente per determinare
la conformità della legge sui servizi digitali per quanto riguarda i rischi di
disinformazione per i fornitori di piattaforme online di dimensioni molto grandi
e di piattaforme di dimensioni molto grandi che aderiscono ai suoi impegni e li rispettano.
L’integrazione del Codice di condotta sulla disinformazione nel DSA implica che il rispetto
degli impegni sarà soggetto a audit annuali, rappresentando così un passo significativo
dell’Unione Europea per garantire un ambiente digitale più sicuro e trasparente,
rafforzando la lotta contro la disinformazione.